questo è il primo articolo nato da uno scambio di buone chiacchiere con Mariella, che gestisce un importante punto di riferimento per coloro che non hanno rinunciato al gusto della comunicazione e della critica: perciò questa prima riflessione è dedicata a lei

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Il caso Velvet di Repubblica: intelligenza e piacere del comunicare

La copertina di Velvet (N 46, settembre 2010) ci trasporta subito tra i miti degli anni '60 con il primo piano di Veruschka: abbandonata in una classica posa leggermente languida, al culmine del suo fascino, la top model tedesca ostenta quella bellezza fredda e un po' disperata che a volte tradisce la complessità di donne intelligenti consapevoli delle ambiguità dell'esibizione del proprio corpo.

Tra le tante icone dell'epoca, Veruschka ben rappresenta un approccio alla moda rivoluzionario, capace di simboleggiare anche la scelta della rivista Velvet che dal 2006 segue un itinerario ben preciso di immagini colte e di ricerca di senso e raggiungerà alla fine dell'anno il suo cinquantesimo numero.

La moda per Veruchka significò provocazione, metamorfosi continua, ricerca di identità e salto esistenziale, le mises indossate“leggere opportunità di fuga”: la deliziosa intervista di Stefano Vastano ce la presenta oggi, settantenne dallo charme ancora intatto, a Berlino, la città perfetta per lei, più artista che modella, a raccontare quello che fu un esperimento totale, un investimento di se stessi nel mondo, un modo di fare cultura.

Nel confronto, le bellissime donne che coniugano in modi diversi le scelte delle varie griffes appaiono sbiadite comparse vittime di clichets più o meno gradevoli, più o meno volgari.

Anche quando gli stilisti odierni ripropongono, in salsa moderna, attualizzandolo a volte con garbo, quello stile di Vera che fu inimitabile, il risultato è solo commercialmente valido perché le modelle sono appunto solo modelle e mancano di quello spessore e di quella tensione culturale senza le quali il corpo è vuoto, l'abito un involucro.

Ma il successo di questo mensile sta proprio nel fatto di riuscire a trasmettere con eleganza tutte le immagini, che recitano situazioni, storie, pubblico, clientela diversi.

Passiamo dalla modella malamente appoggiata all'arco della sua lunga gamba a evidenziare i preziosi sandali zatterati del momento ( ma trasmette un messaggio di condivisione interculturale) ad una Eva Herzigova che posa con aria ottusa (e pare accosciata su un vasetto da notte). Andiamo a incontrare altri volti meno noti, tutti legati ad un qualche stereotipo negativo o, diciamo così, positivo: troviamo così la donna funerea, bistrata e anoressica dall'aria lunare e fantasmatica, la classica lolita imbronciata , la cattiva ragazza, il tipo ferino dal sex appeal sadomaso, la snob che ostenta una moda classica e fredda, la snob più alternativa in sintonia con la natura e i suoi colori, la selvaggia e ribelle, ma troviamo anche visi semplici e solari, pose da vita quotidiana, che pubblicizzano, peraltro, uno stile più portabile ed economico.

Violate nella propria intimità, esibita maliziosamente, con gusto o con volgarità, imbronciate, sostenute, aggressive, indifferenti, somigliano ai loro compagni: ormai attirati fatalmente nel godimento della propria bellezza, della gioventù e dei rimedi e degli orpelli adatti ad eternarle, mostrano con disinvoltura, con o senza ironia, virilità, tenerezza, tormento, spocchia. A seconda dei casi, del tipo di messaggio, cioè, che si intende rivolgere al mercato. Siamo , d'altra parte, realisticamente nel mondo della massificazione e interiorizzazione totale della moda.

Sono lontani anni luce gli anni 60 della contestazione politica e del rifiuto ideologico della moda e della sua icona , la donna oggetto. Non vi apparteneva Veruschka, interprete della leggerezza, sia pur pensosa.

La scelta odierna è più orientata, a livelli alti di proposta, verso il riciclaggio o mixaggio intelligente di modelli di bellezza e di gusto. Poiché il mercato ingoia ed elabora per sopravvivere, rieditandosi continuamente, assistiamo all'esproprio, pescando nelle varie civiltà e comunità, di tutto ciò che può essere rivisitato in chiave moderna e reso spendibile: da questo punto di vista, la fantasia, non illimitata degli stilisti, deve continuamente essere alimentata con l'utilizzo e la reinvenzione di materiali poveri, stravolti in un look lussuosamente alternativo.

Non stupisce, perciò, la riscoperta delle coperte Amish che troviamo tra gli sfondi di un bellissimo articolo (Plaid Power) su vecchie e nuove coperte d'arredamento e da abbigliamento o anche originale mezzo artistico di comunicazione.

Alla fine, al di là della semplice informazione commerciale, ci godiamo l'evocazione della comunità Amish o la bella foto degli anni '50 che ritrae un gruppo sportivo australiano. Così come ci godiamo le interviste alla “gente di velluto”, le immagini di Venezia, i paesaggi dell'Eroica in bicicletta, i confronti fra tre generazioni di fotografi e altro ancora in questo numero di Velvet di settembre: l'ansia di critica e di conoscenza che oggi in Italia si va facendo sempre più pressante può almeno in parte essere soddisfatta anche su un piano leggero, ma reso forte da un giornalismo colto, capace di un nuovo approccio al reportage e di incursioni non banali nelle storie del mondo contemporaneo.

L'immagine è la riproduzione della copertina di settembre di Velvet, rivsta associata a La Repubblica