Takoradi

racconto di Nino Martino

Quando  siamo partiti da Genova era previsto un viaggio di due mesi. Siamo la classe IV A del Nautico di Genova, è il 1963 e questo è il viaggio di istruzione. La nave è la Giorgio Cini II, una nave di 1500 tonnellata di stazza, una piccola “carretta”, nata come petroliera, poi trasformata in nave da carico. Ha quindi i fumaioli a poppa, è un po', come dire, sbilanciata. Poi alla fine gli armatori hanno trasformato due stive in due stanzoni e ospitano due classi di nautici per viaggi di istruzione. Gli studenti del nautico vanno istruiti bene, devono provare dal vivo l'ebrezza del mare e la dura vita collettiva e sentire il sapore di sale e di vento sui giacconi e sui maglioni. E poi c'erano le sovvenzioni statali, per questo, e quindi era proprio un affare. Un affare? Diciamo un sacrificio, un sacrificio che gli armatori facevano volentieri per formare le nuove leve di capitani e macchinisti, un investimento sul futuro per tutta la classe degli armatori. I nuovi capitani avrebbero saputo fare perfettamente il punto nave, avrebbero saputo bene cosa è la vita di bordo, e avrebbero avuto per sempre negli occhi i rossi tramonti marini, quando niente si vede se non cielo e mare.

Adesso la nave è in rada, davanti a Takoradi. Guardo le onde lunghe arrivare adagio. Non c'è niente da fare, si è fermi ad aspettare in rada che altri navi, più importanti, navi inglesi, che qui sono un po' a casa loro, finiscano di caricare e scaricare. I moli sono quelli che sono e non resta che aspettare. Già da molti giorni si è fermi in rada e non c'è niente da fare e tutti guardano fuori bordo i pescatori neri. Arrivano su veloci canoe sottili, e pescano. Il mare è ricco di pesce e le canoe hanno a bordo già molti pesci, pescano a traino, pescano a bolentino. Fanno evoluzioni vicino alla nave, salutano e noi salutiamo. Cercano pane. Vogliono pane. Allora uno di noi, uno del nautico di Riposto, va in cambusa e prende del pane.

La canoa si avvicina alla nave, con colpi precisi di pagaia. Il tipo di Riposto getta delle fette di pane e il nero le piglia al volo. La barca è piena di pesci appena pescati. Il tipo di Riposto getta ancora pane, ma il nero cercando di prenderlo sbilancia la canoa e la barca si rovescia e perde tutti i pesci. Torna in posizione ma i pesci sono perduti. Tutti ridono forte, anch'io rido e poi mi fermo e guardo Mario, che è accanto a me.

La nave oscilla adagio nel mare lungo. Il sole fa barbaglii sull'acqua e io e Mario scendiamo sottocoperta.

E infatti il mattino dopo entriamo in rada e cominciamo a scaricare.

Gli scaricatori neri salgono a bordo e cominciamo a scaricare. Lavorano duro, noi guidiamo le operazioni sotto l'occhio vigile del primo e del secondo ufficiale.

A mezzogiorno si va tutti a mangiare, mentre gli scaricatori continuano. Il mangiare fa schifo, come sempre, ma mangiamo, altrimenti si fa la fame.

Ridiamo tutti e tre al ricordo dell'operazione chirurgica per levare la mosca dal bianco perdendo il minimo bianco d'uovo.

Usciamo con i resti e li buttiamo come sempre in un cassonetto fuori della sala della mensa. Dentro il cassonetto ci sono resti di pastasciutta, mescolati con vino, croste di pane, torsoli di frutta, schifezze varie. Mentre ci stiamo allontanando gli scaricatori si avvicinano, aprono il cassonetto.

Gli scaricatori ormai si affollano intorno al cassonetto, affondano le mani lì dentro, mangiano tutto, in silenzio, senza litigare tra di loro, solo spingendo un po'. Colano gli spaghetti all'angolo della bocca, i sughi residui, mangiano tutto.

In silenzio noi guardiamo e loro non ci guardano mai.

Finiti i resti tornano a lavorare. Lavorano duro, sotto la guida del primo e del secondo ufficiale. Scarichiamo marmo di Carrara, grandi blocchi di marmo di Carrara, bianchissimo, e lastroni di marmo. Fa molto caldo e il sole è alto sulle teste. Si può vedere, nelle vampe di calore il paese, appena fuori del porto. Tante casette tutte uguali, con lo stesso tetto spiovente da una parte e le strade dritte e fatte a croce. Le strade sono sterrate piene di povere. E' un duro lavoro scaricare il marmo perché c'è una sola gru.

Prendo un caffè e accendo una sigaretta e guardo l'acqua. L'acqua è tranquilla, profonda, serena. Siamo in porto ma l'acqua è pulita. Passano scuri pesci, io li guardo, li seguo, non li vedo più. Allora spengo la sigaretta e la butto in mare.

Il mattino dopo io e Mario siamo di guardia alla passerella. Tutto è tranquillo, il lavoro è finito ma rimaniamo fermi ancora un po' di giorni, non sappiamo perché. Siamo all'ombra e parliamo piano e guardiamo la passerella e il molo e il paese

Sono quasi le undici e vediamo arrivare sul molo Carlo. Carlo è un tipo un po' tozzo, viene da fuori Genova, sta in collegio a Genova.

Carlo sale la passerella

“ragazzi adesso vi racconto

Guardiano Carlo e lui ride, ride contento e felice

Carlo ci guarda sbigottito

e poi stiamo zitti. Il calore avvampa sui moli, sui tetti tutti uguali delle casette, sulle strade polverose fatte a croce del villaggio fuori del porto. Un po' di vento alza la polvere. I giro non si vede nessuno.

Io non ero mai uscito di casa, prima di questo viaggio, ho diciotto anni e i miei sono molto poveri. Non andavo a feste perché non c'erano soldi per gli abiti e facevo il nautico. Come si fa a conoscere una ragazza in queste condizioni? Che ne sapevo io del mondo e della vita e di quello che sarei diventato? Tornavo a casa e studiavo un po' e poi andavo alla biblioteca Berio. Alla biblioteca Berio leggevo, leggevo di tutto. Dal libro sugli ultrasuoni e su come si fa a fare una perforatrice a ultrasuoni che fa penetrare l'acido nel metallo, fino alle tecniche di imbalsamazione dell'antico Egitto. Leggevo e poi alzavo gli occhi e la biblioteca era silenziosa, tutti leggevano in silenzio e quando si parlava si parlava sottovoce. Uscivo poi alla chiusura delle sale di lettura e Genova era piena di luci alla sera, e tutto era pieno di aloni perché avevo gli occhi stanchi e mi sentivo contento e allora andavo a casa dove c'erano mamma e papà.

Ora sono lontano da casa, sono proprio in un altro mondo. Ogni tanto scrivo loro, ma non so cosa dire. Nei porti dove sbarchiamo qualche volta arriva una lettera dei miei e io la leggo avido e la rileggo. Guardo ancora le casette tutte uguali e le strade dove il calore e il vento sollevano la polvere dello sterrato. Che ne so io del mondo?

Stasera usciremo.

Dopo cena, prima di uscire siamo tutti intorno alle bitte di poppa. Si parla. C'è Pallavicino che tiene banco. Io sono il primo della classe e lui è praticamente il secondo ma è biondo. Fa culturismo, ha i capelli ricci e gli occhi azzurro ghiaccio. E' di buona famiglia e si sente molto genovese, un genovese bene. Fa il nautico perché il padre ha fatto il nautico, ha navigato e messo soldi da parte e adesso è a terra a fare lo spedizioniere. E' molto bello con i suoi occhi azzurri e i riccioli biondi. Parla male dei meridionali.

Pallavicino è un po' imbarazzato, ma sempre con gli occhi azzurri e i riccioli biondi al vento.

E' già notte, le casette tutte uguali sono illuminate dal di dentro e la luce non è bianca. C'è luce rossa, rosa, arancione e poche hanno luce bianca.

I bar sono vicini. Quando uno scende a terra la sera non può far altro che andare in un bar. Il bar dove entriamo ha le luci diffuse. Un jukebox suona in un angolo e ci sono ragazze nere che ti invitano a ballare. Io bevo una guinnes. E' una birra che ho scoperto nel viaggio. Non avevo mai bevuto birra. La guinnes è amara e sa un po' di liquirizia. Fa molto caldo anche la sera e bevo la mia guinnes e mi guardo intorno. Qualcuno di noi balla. C'è una giovane nera, molto bella, con un viso e un corpo molto belli e io la guardo. Lei non guarda me ma guarda Pallavicino. Pallavicino è sempre biondo con i riccioli e gli occhi azzurri di ghiaccio. La nera si avvicina, allunga una mano e cerca di accarezzargli il viso

Sei bello " dice in un inglese un po' strano.

Allora Pallavicino la strattona via da se, le fa fare una giravolta brusca e gli da' un calcio nel sedere, l'allontana con un calcio nel sedere

il jukebox suona una musica che io non conosco. L'aria è piena di fumo azzurro, tutti fumano, qualcuno balla, la nera è sparita.

Poi usciamo nella notte. Ci sono stelle, la notte è tiepida e stellata. La strada è lunga e diritta e i lampioni a lato sono modernissimi. Poi c'è un tratto senza lampioni. Il buio è totale. Mario tira fuori un coltello a serramanico e lo fa scattare. Ride e si vedono i suoi denti bianchi.

Scendiamo sottocoperta e andiamo a dormire. Mi spoglio e mi metto sulla brandina. Sotto il cuscino c'è un giornaletto con in copertina una donna tutta bagnata, si vede tutto. E poi dentro ci sono altre foto. E' un giornaletto porno e spesso la sera lo guardo .

Ma stasera, non so perché, non ho voglia di guardarlo. E' stata una lunga giornata e non ne ho voglia. Mi sento molto solo e in un altro mondo. La biblioteca Berio è lontana. E' lontana anche Genova. In questo momento è illuminata, la Lanterna spazza il cielo. In piazza Ragazzi del '99, vicino a dove abito io, un autobus è fermo al capolinea. L'autista e il bigliettaio appoggiati all'edicola, fumano adagio una sigaretta, le luci della strada oscillano nel vento.

Allora, solo come sono, mi giro con il viso contro la parete e mi addormento subito.

Nino Martino