Era quello il tempo in cui andavo ancora al Nautico di Genova, in Piazza Palermo. Abitavo a Quinto e c'era ancora il tram. Al mattino presto uscivo nell'aria buona di Quinto, camminavo con la mia cartella, prendevo il tram e dopo mezz'ora scendevo proprio in Piazza Palermo. Ero molto solo e i miei erano molto poveri. Mio padre quando prendeva lo stipendio, il 27 del mese, comprava un etto di prosciutto cotto per festeggiare e mia madre lo sgridava perché era spendaccione. Il panino con prosciutto cotto per me era ed è il massimo della opulenza e della felicità.

Poiché non c'erano soldi, non potevo andare a feste o fare altro con i miei compagni di classe. Partecipare alle feste è costoso, bisogna vestirsi in modo giusto, bisogna portare qualche cosa, bisogna poi ricambiare. Allora non c'era la movida del venerdì e del sabato sera. Alla sera i carruggi erano deserti, solo un poi' di puttane e di clienti e contrabbando di sigarette. Neanche la droga c'era. Avevo un solo amico, Mario Rosina, e con lui andavo al cinema perché mio padre aveva i biglietti gratis.

Il problema era la ragazza. Come si fa a conoscere una ragazza in queste condizioni? I luoghi che frequentavo erano la Biblioteca Berio, che allora era in Piazza De Ferrari, e il nautico e il cinema. In biblioteca c'erano ragazze carine, ma erano dietro a montagne di libri, intente e studiose. Oggi magari saprei come fare per attaccare bottone, ma allora? Avevo diciotto anni ed ero timidissimo. Leggevo furiosamente di tutto, il mondo mi appariva come un universo da conoscere, avevo una vita davanti ed ero timidissimo.

- ehi, ma guarda un po', stai leggendo un libro su Proust – potevo dire, magari. Assolutamente impensabile. Cosa avrei fatto di fronte agli occhi chiari o neri o nocciola che si sarebbero alzati subito e mi avrebbero guardato?

- ehm, carino...- magari avrei borbottato. E sarei stato subito perdente, mi sarei sprofondato rosso fino ai capelli, avrei ancora cercato di farfugliare qualche cosa e poi me ne sarei andato precipitosamente via. Credetemi non è una cosa semplice. E' la vita che è dura per un timido.

Al nautico neanche da parlarne, eravamo tutti maschi, allora. Navigare era roba da veri uomini, che sanno guardare l'orizzonte del mare e sanno sempre un po' di sale e hanno rughette scolpite dal sole e gli occhi sempre un po' sognanti, fumano sigarette a nastro, o pipa, o sigari e hanno una donna in ogni porto. Avete mai sentito di una donna che naviga e che ha un uomo in ogni porto? Non c'erano, allora, ragazze al nautico.

Ma per il momento studiavo ancora, non navigavo, ascoltavo i miei compagni più evoluti che parlavano di donne e niente avevo da dire.

Al cinema era la stessa cosa. A parte il fatto che le ragazze, almeno allora, mica vanno al cinema da sole. In genere sono già accompagnate da un ragazzo, oppure, orrore, sono in due o tre insieme e mi avrebbero subito preso in giro se avessi cercato di abbordare.

Insomma era un problema veramente serio e sui libri c'era di tutto ma non c'era scritto come si fa a conoscere una ragazza, se uno non frequenta ambienti come feste o altro.

I miei al ritorno da un viaggio di istruzione in Africa mi avevano fatto trovare un radiogrammofono e io ascoltavo musica classica. Quando facevo il compleanno o a Natale i miei mi regalavano un disco e io ascoltavo. Ascoltavo i notturni di Chopin suonati da Rubinstein e sognavo di farli sentire a una ragazza che non c'era.

Improvvisamente mi accorsi di una ragazza che andava a scuola anche lei, da qualche parte. Abitava il palazzo di fronte. Aveva i capelli lisci e lunghissimi, era alta, usciva dal portone praticamente insieme a me, ma eravamo su due marciapiedi diversi, prendevamo due tram diversi e andavamo in due scuole diverse. Per me era bellissima. L'ovale del viso era perfetto, i capelli lunghi oscillavano al passo svelto nel mattino chiaro.

Dovevo trovare il modo di conoscerla, assolutamente.

Ogni mattina scendeva, bellissima, ma era sull'altro marciapiedi. Io la guardavo e lei mi guardava, ci guardavamo, ma eravamo su due marciapiedi diversi e andavamo in due scuole diverse.

I nostri occhi mandavano lampi, ma come fare?

Nella mia cameretta, il pomeriggio, avevo i libri aperti, cercavo di studiare. Ogni tanto mia madre veniva a vedere se studiavo, mi vedeva sui libri e se ne ritornava in cucina soddisfatta del figlio studioso. In realtà non capivo una parola di quello che leggevo. Facevo e disfacevo piani diversi per riuscire a conoscerla. Poi ascoltavo Chopin, sempre lo stesso disco, perché il prossimo natale era lontano e il compleanno pure. E facevo piani su piani, cercavo di pianificare in qualche modo quello che sarebbe avvenuto o potrebbe avvenire.

Io ero, ovviamente, in queste condizioni, molto bravo a scuola, ma adesso cominciavo a perdere qualche colpo e i miei professori erano un po' increduli. Cosa diamine mi stava succedendo?

Mia madre veniva in camera a controllare e mi vedeva chino sui libri. Quindi studiavo, diligentemente.

E io facevo piani di carta e poi li disfavo. Lei scendeva sempre dalla scaletta del suo palazzo la mattina presto, i capelli lunghissimi oscillavano mentre scendeva con il suo ovale perfettissimo, io la guardavo, lei mi guardava e io non riuscivo a fare altro.

Ma un giorno mi decisi. Basta: avrei attraversato la strada e l'avrei salutata e succedesse quello che doveva succedere. Studiai bene i tempi per due o tre giorni, i tempi di discesa miei e suoi.

E alla fine lo feci.

Lei scese le scale, io scesi a precipizio le mie. Osai il tutto per tutto e attraversai la strada con il cuore in gola. Lei mi sorrise, io le sorrisi.

Ciao- le dissi, con il tumulto nel cuore e nella testa

Ciao – mi disse

E' fatta! E' fatta! Mi ha detto ciao, il cielo si schiude, gli angeli cantano in coro, la solitudine è finita, adesso ho una ragazza anch'io. Ed è una ragazza bellissima, i suoi lunghi capelli oscillano nel vento mattutino di Quinto al Mare.

Camminammo qualche istante affiancati. Lei portava un sacco da ginnastica azzurro. Ma io ascoltavo chopin, leggevo romanzi e saggi scientifici, sapevo come si fa ad imbalsamare una mummia e le teorie, che allora erano solo teorie, di Von Braun non avevano segreti per me e un giorno saremmo arrivati sulla luna e sulle stelle. Ero un vero cavaliere. Può un cavaliere far portare il sacco da ginnastica alla propria dama?

- Mi dai il sacco ginnastica che te lo porto io – dissi, mentre il mio cavallo bianco incedeva fiero e la mia armatura, bianca ovviamente, luccicava al sole mattutino di Quinto al Mare.

Ma lei non mi diede il sacco da ginnastica, mi diede la mano. Sentii la sua mano calda e asciutta nella mia. Allora la sollevai a guardarla, la mano

- No, non volevo la mano, volevo il sacco da ginnastica – dissi, lasciando la mano e indicando il sacchetto azzurro.

Non finì per niente bene.

La fotografia è di Dario Martino