Fotografia di Yves-Marie Hue. Varrebbe la pena, di tanto in tanto, appunto, di indagare le basi dell'edificio meraviglioso costruito

nota (1). Il fenomenismo è, come proposta filosofica, insostenibile in quanto porta al solipsismo. I suoi sostenitori non sono mai riusciti a convincere il pubblico delle persone colte, cui ripugnano le idee fenomenistiche del tipo: "noi non possiamo sapere se esiste un mondo esterno, quindi questo non esiste".

nota (2). Sulla possibilità di distinguere buone percezioni da allucinazioni dice cose egregie Merleau-Ponty (1947, p.434-445).

nota (3). Quando misuro qualcosa con un regolo di 20 cm. uso uno strumento materiale. Ma originariamente (e del resto ancor oggi si può fare all'occorrenza) lo strumento di misura usato è il proprio corpo: la propria spanna, il passo. Questo in base alla medesima natura materiale spaziale propria sia delle parti del nostro corpo che dei regoli e delle cose da misurare. Se dico che questo tavolo è lungo dalle cinque alle sei spanne non dò una interpretazione del fatto osservato. E' una conoscenza tramite il corpo che è assolutamente vera (e approssimativa). Nel corso di una seconda misurazione non potrò ottenere meno di cinque spanne o più di sei. Se ciò avvenisse io non penserò mai che è mutata la mia interpretazione del fatto osservato, poichè magari senza accorgermi ho aderito nella notte a un nuovo paradigma che prima respingevo. Ma penserò di ricordare male la misurazione di ieri, oppure che qualcuno mi ha fatto uno scherzo e il tavolo è stato allungato, oppure ancora che si tratta di un altro tavolo o che, se sono passati degli anni, la mia spanna è cresciuta (se prima ero un bambino; Freud non c'entra, attenzione).

nota (4). Merleau-Ponty (1947) ritiene che "ogni sensazione è spaziale...perchè, come contatto primordiale con l'essere, come coesistenza del senziente e del sensibile, è essa stessa costitutiva di un ambito di coesistenza, ossia di uno spazio" (299). Credo si possa dire di più: percepiamo lo spazio poiché percepiamo lo spazio interno al nostro corpo e lo spazio tra le nostre membra e questo è possibile perché il nostro corpo ha anche una natura spaziale, quella degli oggetti esterni. Merleau-Ponty è il pensatore che più ha insistito sull'essere la percezione un evento corporeo, tanto da parlare di un io-corpo immerso nella percezione e diverso dall'io che riflette, quasi fosse un io impersonale (non sono io che vedo l'azzurro del cielo; la coscienza sensibile è spersonalizzata (p.292)). Trovo quindi strano che egli non abbia notato certe caratteristiche del copro proprio quale la sua natura spaziale, identica a quella degli oggetti esterni, e la sua capacità di riprodurre in sè la loro forma.

nota (5). Occorre naturalmente che il corpo sia in buona salute, ma questo è nelle premesse del mio discorso. Se invece la persona non ha una sana sensibilità cinestesica, se ha perso la nozione della posizione delle sue membra, allora non è più in grado di riconoscere la forma degli oggetti messigli in mano (Guillaume 1947, p. 133).

nota (6). Non intendo verità assoluta come verità in sè. E' confusivo affermare che la conoscenza mira a conoscere la verità; la conoscenza mira a conoscere la realtà. La verità in sè non esiste; la verità è solo un predicato delle proposizioni: Questo punto è ben chiarito da Longhin (1992, p.58). Io aggiungerei: è un predicato anche di certe percezioni (a livello antelinguistico), ad es. quelle cui ho qui accennato.

nota (7). Agazzi (1976) ritiene necessario rivalutar, contro la chiusura intralinguistica dell'epistemologia del secolo scorso, la nozione di verità come corrispondenza, elaborata originariamente da Aristotele tramite la distinzione tra logo semantico (il discorso che si limita a significare) e logo apofantico (il discorso che afferma e nega), . Secondo Agazzi (1994) si sarebbe potuto valorizzare in questa direzione la separazione tra senso e significato proposta da Frege.

L'obiezione scettica anti-osservativa, fondamento della Koinè filosofica della seconda metà del secolo scorso, non si è basata nè su premesse nè su argomenti di tipo fenomenistico. Mi sento pertanto in diritto di chiedere al lettore di accettare come premesse epistemologiche quelle che gli epistemologi più importanti (da Duhem, a Popper, Hanson, Kuhn, Feyerabend) hanno accettato, gli chiedo insomma di non farmi obiezioni di tipo fenomenistico (1)


Secondo il realismo filosofico (critico o non critico) esistono cose e processi oggettivi (o oggettivi tra virgolette) nel mondo esterno. Esistono realisti filosofici (gli autori sopra nominati) che rifiutano il realismo gnoseologico e pervengono, anche se alcuni non lo ammettono, allo scetticismo. Si sostiene infatti che paradigmi mentali differenti (teorie, ideologie, credenze, pregiudizi) hanno il potere di strutturare le percezioni, anche le percezioni sperimentali degli scienziati.

Negano dunque che ci sia una portata informativa sul mondo esterno da parte delle nostre percezioni, negano che sia possibile un accordo intersoggettivo sulle caratteristiche del mondo esterno, poiché le percezioni sono modificate dall'interno della mente: dalla diversa educazione e sapere dei vari gruppi umani. Come ciò permetta ai vari gruppi umani di vivere in rapporto con un mondo che comunque è unico (si dovrebbe presumere) rimane un mistero.

Quando si parla di osservazione occorre chiarire che cosa si intende. Non intendo che osservare sia soltanto avere sensazioni soggettive e appunto osservarle dentro di noi. Intendo l'osservare al modo della intenzionalità husserliana interpretata realisticamente: la percezione è percezione di... di una cosa che sta al di là della percezione e che non percepisco in modo completo. Uno degli aspetti fondamentali dell'osservare è quindi quello dell'identificare, dell'individuare, del riconoscere insomma la cosa reale attraverso le percezioni parziali che ne abbiamo. Questo riconoscere è per sua natura ipotetica, mentale, è un'aggiunta alla percezione, alla percezione viene aggiunto un pensiero, un giudizio, questo che percepisco è una cosa che ha questo nome. Di solito abbiamo percezioni di una cosa che identifichiamo immediatamente. Ma quando facciamo un errore ci accorgiamo allora che vi sono due processi in atto nell'osservare: c'è l'avere percezione di un aspetto di una cosa sconosciuta e c'è l'identificare la cosa totale di cui abbiamo quella parziale percezione.

Vediamo cosa può dirsi a favore della bontà delle informazioni che riceviamo dalle nostre percezioni Vediamo se è possibile ancora oggi, con rinnovate argomentazioni, mantenersi nella prospettiva del realismo gnoseologico.

Come la conoscenza percettiva può aver presa sulla realtà?

Possiamo, contro lo scetticismo gnoseologico, fare affidamento su una corrispondenza delle informazioni sensoriali con la realtà? e sino a che punto?

Chiedo in via preliminare che il lettore accetti queste quattro premesse del realismo filosofico.

1) esiste un mondo esterno alle nostre percezioni;

2) siamo svegli (ovvero sappiamo distinguere la veglia dal sonno e dal sogno);

3) siamo in buona salute mentale e fisica quanto al percepire ( cioè non abbiamo allucinazioni (2)

4) le condizioni in cui osserviamo il mondo sono ottimali (le sappiamo distinguere dalle condizioni insufficienti quanto al poter osservare).

A partire da questa base intendo portare argomenti che dimostrano che, sebbene non tutta la conoscenza sensoriale sia certa e indiscutibile, esiste tuttavia un tipo di conoscenza sensoriale che dà conoscenze certe e indiscutibili.

La osservazione è in grado di fornire verità assolute immediate?

Tutti sappiamo che noi conosciamo il mondo non solo con il ragionamento o l'intuizione, ma anche attraverso i sensi e tutti sappiamo che i sensi hanno a che fare con il corpo, il nostro corpo proprio senziente. Propongo di spingere l'analisi più a fondo sino a cogliere una particolarità stranezza di straordinaria importanza. Mentre esercitiamo i nostri sensi può accadere ad es., al buio, che per cogliere la forma di un oggetto lo prendiamo in mano: ad es. una palla di dieci centimetri di diametro. La nostra mano si piega intorno alla palla e, ecco il punto, riproduce la forma dell'oggetto, nel senso che la mano assume la forma semi-sferica della palla. Se faccio scivolare la mano sulla palla la forma dell'oggetto esterno diventa forma impressa nel mio corpo. Forma quest'ultima che io posso conoscere direttamente tramite le sensazioni tattili (3)

Secondo il Guillaume (1947, p. 112-113) le sensazioni tattili possono farci conoscere soltanto l'esistenza di superfici solide, ma non della forma e dimensioni dei corpi. A tal fine occorre anche che funzioni la sensibilità cinestesica che ci permette di sentire ad es. la distanza tra le dita che prendono un oggetto oppure la distanza delle due mani tra loro o delle braccia tra loro. Io aggiungo che la sensibilità cinestesica non è solo percezione della distanza delle membra tra loro e dei loro movimenti, ma anche percezione delle forme impresse nel corpo dall'esterno. Questo accade non solo alle mani; anche una colonna e un pilastro imprimono nel mio corpo che li abbraccia due forme diverse.


Così accade che la conoscenza sensibile, prima di diventare puramente mentale, immagine mentale, esiste al livello di immagine corporea, nel senso che l'immagine viene incisa prima nel nostro corpo materiale senziente e poi nella nostra mente. Così la conoscenza come adeguamento dell'intelletto alla cosa perde il suo aspetto misterioso e inafferrabile. Il mistero del rapporto conoscitivo mente-mondo esterno è risolto in base al fatto che c'è la mediazione del corpo senziente, il quale è in modo diretto e immediato sia realtà materiale sia vissuto mentale, una sintesi di mondo esterno e mente, di interno e esterno In quanto corpo materiale esso può plasmarsi sulle forme delle cose materiali. E in quanto è senziente e mentale può autoappercepire la forma del corpo esterno che il corpo proprio è venuto riproducendo sulla propria superficie (4)

Così il senso tattile e cinestesico è una fonte continua di conoscenze indubitabili. Si tratta certo di una verità limitata a ciò con cui il corpo tatto-senziente può venire in contatto, ma ciò che esso porta è una verità assoluta (5)

Si può distinguere una verità assoluta da una approssimata. E' una verità assoluta che la forma dell'oggetto che ho in mano è sferica e non è cubica ; è una verità assoluta che questo oggetto ha forma sferica e quest'altro cilindrica. Queste differenziazioni sono assolutamente vere.

Ma che si tratti di una forma sferica questo è vero solo grosso modo. Il tatto ha i suoi limiti come fonte di informazione: oltre certi limiti di precisione non sono in grado di differenziare una forma sferica da una forma elissoidale. Qui la verità dell'informazione risulta approssimata (6)

Approssimate o assolute si tratta comunque di conoscenze osservative che non sono interpretazioni (neanche in senso popperiano (1934, p. 87 ).

E' quindi corretto concludere che, su questa base e per il suddetto motivo, certe immagini mentali sono un rispecchiamento del mondo esterno. Qui la teoria della verità come corrispondenza risulta corretta. Anzi: è vera la teoria del rispecchiamento percettivo (soltanto quello tattile e cenestesico). Questa è la prima via della conoscenza vera e certa del mondo. Su di essa poi tutto il resto può edificarsi, con un grado di certezza da valutare volta per volta.

Rimando l'esplicitazione di una seconda forma di conoscenza tatto-corporea. Prima vedremo che cosa si deve dire della conoscenza attraverso la vista.

vai alla parte precedente, vai alla parte seguente

Il saggio sulle conoscenze sensibili è diviso per comodità di lettura in tre parti: parte prima, parte seconda parte terza

Le fotografie sono di Yves-Marie Hue