Quattro gradi, ovvero a perpetua memoria di infamia

racconto di Guido Pegna

Quando lessi il meraviglioso racconto La morte dello Stratega di Álvaro Mutis, rimasi molto colpito dal fatto che il personaggio femminile di cui lo scrittore narra è una giovane bellissima donna sarda, Anna Alesi. La vicenda si svolge nel basso medioevo, quando i turchi stanno avanzando verso il cuore dell’impero romano d’oriente, ultimo caposaldo di civiltà e culla della religione cristiana. Gli strateghi erano dei capi militari con compiti di governo delle province periferiche. Alar l’Illirico muore in una battaglia senza speranza al solo scopo di ritardare l’avanzata dei turchi fino all’arrivo del grosso dell’armata imperiale, e morendo ripensa a tutta la sua vicenda terrena. Ho riletto spesso queste parole, e sempre mi hanno commosso. Ferito da una freccia che gli trafigge la gola, “davanti al vuoto che avanzava verso di lui a misura che il suo sangue se ne andava, cercò una ragione per avere vissuto, qualcosa che desse valore alla sua serena accettazione del nulla, e all’improvviso, come sospinto da un flusso di sangue più forte, il ricordo di Anna riempì di senso tutta la sua vicenda terrena. …La perenne armonia di un corpo e, attraverso quella, il grido solitario di un altro essere che ha tentato di comunicare con la persona che ama e ci è riuscito, sia pure in modo vago e imperfetto, gli bastarono per entrare nella morte con una gran gioia, che si confondeva con il sangue che sgorgava a fiotti. Un’ultima freccia lo inchiodò a terra spaccandogli il cuore. Ma ormai era in preda a quella scomposta, sfuggente allegria di chi si sa padrone dell’illusorio vuoto della morte”.

Come lo scrittore colombiano fosse venuto a conoscenza di questo personaggio della nostra storia mi incuriosiva. Nel racconto Mutis parla della famiglia Alesi come di importanti possidenti, evidentemente provenienti da Ales. Dovevo ricercarne le tracce per sapere qualcosa di più. Nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Sardegna, alla lettera A non appariva alcun Alesi, ma mi imbattei in tale Giacomo Alivesi, di cui le storie hanno tramandato un ricordo di tradimento e di infamia. Nel 1668, verso la fine della dominazione spagnola sull’isola, in una congiura di nobili guidati da Jacopo Artaldo di Castelvì marchese di Cea, venne trucidato il marchese di Camarassa viceré di Sardegna. Il Castelvì riparò in Gallura, protetto dalle popolazioni e dai notabili locali che mugugnando e tramando nell’ombra continuavano a sopportare la dominazione dello straniero ma senza concludere nulla. In realtà, allora come ora, non ammettevano di dover pagare le tasse. Il Castelvì a quell’epoca era già un vecchio. Nella sagrestia della Cattedrale un suo ritratto su tela ce lo mostra di piccola statura, gobbo, con la testa tonda e calva e un pizzetto bianco. Ma l’Alivesi con l’inganno e false lusinghe lo convinse a fare ritorno a Cagliari. Venne catturato, processato e condannato a morte. Fu decapitato nel 1671 insieme al fratello Giorgio, che con la congiura non c’entrava nulla, nella piazzetta Carlo Alberto, in Castello, a pochi metri dalla casa di Annamaria Janin. Le loro teste vennero esposte dentro una gabbia di legno sulla torre dell’Elefante, dove rimasero per 17 anni: tremendo avvertimento, secondo i governanti, per scoraggiare nuovi tentativi di rivolta, ma, come sempre succede, inutilmente, perché dopo un po’ di tempo nessuno le notava più. Al numero 32 della Via Canelles una lapide ricorda, nella mia traduzione dallo spagnolo: “A perpetua memoria di infamia di quelli che furono traditori del re nostro signore, che furono don Jaime Artal di Castelvì marchese di Cea, donna Francesca Zatrillas marchesa di Sietefuentes, don Antonio Brondo, don Silvestro Aymerich, don Francesco Cao, don Francesco Portoghese e don Gavino Grifoni come rei del crimine di lesa maestà per l’omicidio del marchese di Camarassa viceré di Sardegna, furono condannati a morte, alla perdita dei beni e degli onori, demolite le loro case conservando in esse rovine eterna ignominia della loro nefanda memoria e per essere in questo sito la casa da cui fu commesso il delitto tanto atroce il ventuno di luglio del 1668 si è eretto questo epitaffio”1.

Avevo visto moltissime volte quella lapide, e più volte vi avevo condotto ad ammirarla amici e conoscenti, che si fermavano a guardarla a bocca aperta facendosi ombra con la mano. Quando ci portai mio cugino Marco, che veniva dalla dolce Toscana, dopo averla ben bene letta e riletta, “Madonna!”, disse. Ma non mi ero mai curato di sapere cosa fosse esattamente successo, chi erano i congiurati e se poi avessero davvero subito l’eterna ignominia della cancellazione totale della memoria. Un giorno, sfogliando per altre ricerche il mio ’”Histoire de la Sardaigne ou la Sardaigne Ancienne et Moderne” del Mimaut, mi imbattei di nuovo in quella storia. La vicenda era riportata con molti più particolari: il viceré era stato ucciso a schioppettate più o meno in uno slargo che si trovava alla fine di Via Canelles, a quel tempo Calle de los Caballeros, sparate dalla casa dove ora sorge il palazzo Asquer su cui è affissa quella lapide. Le cronache dicono pietosamente che prima di morire aveva avuto appena il tempo di invocare la Madonna del Carmelo. Ma possiamo bene immaginare come dovette reagire: come minimo con un bel “porca madonna” (puta virgen in spagnolo), come chiunque avrebbe fatto in quella disgraziata circostanza, o magari solamente con uno stupito “Eh la madona!”(con una enne sola). Altre schioppettate erano partite dal palazzo di don Antonio Brondo marchese di Villacidro, l’attuale palazzo Zapata, all’inizio di via dei Genovesi. La storia di questa congiura, che non aveva avuto seguito nella popolazione e che secondo alcuni nascondeva lascive storie di corna fra i nobili di Castello era avvincente, e mi ero ripromesso di studiarla per bene. Questo era il motivo del segnalibro che avevo messo a quelle pagine.

La cosa era restata a questo punto per molti anni quando un giorno, in uno dei pietosi tentativi che ogni tanto faccio per rimettere un po’ d’ordine fra le carte che invadono oramai ogni spazio del mio studio, mi ritrovai fra le mani un foglietto ingiallito che riportava in caratteri scritti in modo incerto, come da un bambino che ha appena imparato a scrivere, con una matita che era sbiadita e che in certi punti aveva forato la carta la seguente scritta:

accreditatalederenenoposo

Ricordai. Quello era il foglietto che avevo messo fra le pagine del Mimaut. L’avevo scritto io stesso molti anni prima in condizioni assai eccezionali. Unite a quello vi erano alcune pagine scritte a macchina, che misi da parte senza leggere. Non mi avevano suscitato alcun ricordo. Le avevo scritte io o mi erano arrivate per qualche strana via?

II

Parlare del palazzo nel quale ho trascorso la parte più importante della mia vita, e dal quale fui cacciato una quindicina di anni fa è per me assai penoso. Come descrivere senza che mi vengano le lacrime agli occhi quegli anni felici e spensierati, quando il mio grande studio “sopra il cornicione” di quel palazzo settecentesco era frequentato da artisti, fotografi, scrittori, musicisti? Quando con gli amici passavamo le nottate a parlare, a fare musica, a discutere sui sistemi del mondo? Dalle finestre di quella casa vedevo sotto di me tutta la città, il porto con i suoi traffici, e al tramonto il mare viola che rifletteva il rosso del cielo. Quella era la mia casa, il posto in cui mi sentivo in equilibrio col mondo. Ma non è di questo che posso parlare, della nostalgia che non mi dà pace.

La storia comincia molti anni addietro. Quando presi in affitto quello studio, nel contratto era compreso anche l’accesso ad una grande stanza al piano terra, una specie di grotta dal soffitto a volta che era stata scavata nel tufo, freschissima d’estate. Da una porta sconnessa e quasi del tutto marcita si aveva accesso al buio cortile interno, un pozzo maleodorante con i muri coperti da un intrico di tubazioni sedimentate da secoli, al fondo del quale colavano le acque putride e le perdite degli scarichi di tutti i gabinetti del palazzo. Con una scaletta di pietra si scendeva in fondo a questo pozzo, e con i piedi sguazzanti in una fanghiglia nera e puzzolente si poteva raggiungere una bassa apertura buia nella parete di pietra che era l’ingresso di una galleria che partiva da lì. Dopo qualche tempo mi feci coraggio, e ben protetto con un impermeabile perfettamente stagno, munito di una torcia elettrica, di molte pile di scorta, di una bussola e di parecchi gomitoli di spago mi accinsi ad esplorare la galleria. Legai un capo dello spago ad un tubo dell’acqua e mi addentrai nel cunicolo. Questo si sviluppava leggermente in discesa in direzione ovest, passando sotto il bar di Gianni il Bello, per piegare poi a destra proseguendo poi presumibilmente al di sotto del palazzo Brondo-Zapata, sempre in discesa. Ogni tanto cunicoli laterali con scalini scavati nella roccia salivano verso l’alto. Proseguii con timore crescente, nel buio più totale ma in condizioni di relativa pulizia. Mi ero aspettato pipistrelli impazziti per la luce della torcia, ragnatele vischiose, colate di acqua. Niente di tutto ciò. Solamente un silenzio assoluto e un senso di crescente oppressione. Dopo circa centocinquanta metri, come potei appurare in seguito dalla misura dello spago che avevo svolto, mi trovai di fronte ad un muro molto antico che ostruiva completamente la galleria, e sulla sinistra una apertura piuttosto grande anch’essa quasi completamente ostruita da pietrame, calcinacci, terra. Ero molto a disagio, tremavo un poco, forse per l’inizio di un attacco di claustrofobia, per la paura di rimanere intrappolato da un crollo, per la mancanza di aria. Mi fermai e cercai di calmarmi. Ad un tratto il fascio della torcia rivelò sulla parete di destra, in quel punto molto liscia, una scritta che sembrava tracciata con il carbone. Quella era la scritta che avevo copiato, appoggiandomi alla parete di tufo, sul foglietto che avevo ritrovato tanti anni dopo nella mia copia del Mimaut alle pagine che parlavano del Brondo e degli altri congiurati.

Ho trascorso più di trent’anni in quel palazzo, e ogni tanto pensavo che avrei dovuto riprendere l’esplorazione di quella galleria, sfondare quel muro per vedere cosa c’era dopo, ma ho sempre rimandato, sicuro che avrei potuto farlo in qualunque momento. Non mi è stato possibile, non ne ho più avuto il tempo, e questo è il mio rammarico.


III


La condanna dei congiurati fu particolarmente severa. Per tutti, come usava a quei tempi, veniva ordinata la confisca dei beni, la demolizione delle case, l’aratura e lo spargimento del sale sul terreno su cui sorgevano. Ma in realtà, per vari motivi, non tutti i palazzi vennero abbattuti. Il parentado cominciò a piantare grane, a presentare ricorsi, ad avanzare cavilli giuridici. Risultò che le proprietà erano intestate ad altri, oppure che erano gravate da ipoteche. Non fu abbattuto il Palazzo Brondo, ora Palazzo Zapata2. Furono invece sicuramente abbattuti il palazzo di Jacopo di Castelvì, il principale imputato, che si trovava nell’allora Calle Major, ora Via Lamarmora, proprio nel luogo dove poi sorse nel ‘700, quando gli spagnoli ormai se n’erano andati, il palazzo nel quale avevo il mio studio, e il palazzo di don Francesco Portugues, che doveva essere sulla sinistra all’inizio dello slargo che partendo dalla Torre dell’Elefante sale verso via Genovesi, e continuando poi verso Via Lamarmora e la piazza Palazzo prende il nome di Via Stretta3. Ma come avranno fatto ad eseguire l’aratura del duro tufo su cui erano fondati i palazzi?

Il fatto interessante è che i congiurati, subito dopo l’assassinio, si rifugiarono nell’attuale Palazzo Zapata, ma mentre le guardie chiudevano immediatamente le porte della città per impedirne la fuga, essi riuscirono ugualmente a trovare rifugio nel convento di San Francesco di Stampace. Come fu possibile? L’ipotesi più verosimile è che essi si servirono di una galleria sotterranea. E se questa galleria fosse proprio quella che avevo esplorato io? Dalla lunghezza che avevo misurato con lo spago essa si interrompeva all’incirca in prossimità del luogo dove doveva sorgere il palazzo Portugues. Questa galleria metteva dunque in comunicazione diretta il palazzo Castelvì, il palazzo Brondo, il palazzo Portugues per continuare poi verso la città bassa. È noto da sempre che sotto la città murata esiste una rete di gallerie attraverso le quali, in caso di assedio, potevano essere fatti giungere rifornimenti, e che in tempi di pace permetteva fughe di amanti e scambi di amori. Io stesso vidi l’ingresso di una galleria che dal fondo della Grotta Marcello, in Piazza Yenne, si addentrava nel cuore della montagna, senza che i proprietari l’avessero mai esplorata o sapessero dove conduceva.

Narrano le cronache dell’epoca che faceva parte della condanna, ad ulteriore umiliazione, l’obbligo di lavorare forzatamente alla demolizione della propria casa, e possiamo immaginare in quali disperate condizioni i prigionieri affrontassero questo calvario. Un condannato, che probabilmente ha passato mesi al buio in una orrenda segreta nella Torre di San Pancrazio, che è stato torturato, oramai allo stremo delle forze, con quale spirito avrà lavorato di pala e piccone sulle rovine della sua casa? Che cosa avrà rimuginato, nei lunghi giorni della segregazione, cosa gli rimaneva da fare per evitare la completa rovina del suo casato?


IV


Quel foglietto stava dunque come un segnalibro ad indicare le pagine dove si narrava della condanna del povero Jacopo di Castelvì, che mentre aiutava ad abbattere la sua casa aveva perso i sensi e avevano dovuto riportarlo in prigione, dove per alcuni giorni lo avevano nutrito e rimesso in sesto affinché non facesse brutta figura il giorno della decapitazione. A prima vista, separando le parole, si poteva leggere “accreditata ledere ne no poso”, o, invertendo qualche parola, “no ne poso ledere accreditata”, che pareva avere un senso.

Ma perché invertire le parole? E se invece fosse stato un anagramma? Nel ‘600, malgrado esistessero già i notai, l’uso degli anagrammi per comunicare certi fatti a pochi, o fatti sui quali si voleva mantenere il segreto ma con la possibilità di rivendicarne in seguito la priorità era pratica corrente. Per esempio, nel 1610 Galileo mandò a Giuliano dei Medici, a quei tempi ambasciatore a Praga del Granduca di Toscana, la seguente sequenza di trentasette lettere:

SMAISMRMILMMEPOETALEUMIBVNENVGTTAURIAS

Keplero aveva interpretato l’anagramma così: SALVE UMBISTINEUM GEMINATUM MARTIA PROLES (salve furiosi gemelli prole di Marte), ma l’interpretazione vera fu svelata in seguito dallo stesso Galileo: ALTISSIMUM PLANETAM TERGEMINUM OBSERVAVI (ho osservato il pianeta più alto in triplice forma): era l’annuncio della scoperta di Saturno e dei suoi anelli, che con il telescopio imperfetto di Galileo sembrava un assurdo pianeta grande con due più piccoli appiccicati ai lati. Se la sequenza del foglietto che avevo trovato era un anagramma, avevo ora il modo di decifrarlo: il computer e il famoso motore anagrammatico del Gaunt. Basta mettere in un motore di ricerca la parola “anagramma” e si può cominciare a lavorare. Le prime prove generarono pasticci plausibili ma senza senso: “accreditata esplodere neo no”, “arde la pena eccede riso tonto”, “esorto occidente ne pala rade”, e centinaia di altri. Quest’ultimo aveva un ché di familiare. Nel rivedere i vari tentativi, non so perché, l’avevo sottolineato. Il fatto che fosse emersa con chiarezza la parola “occidente” faceva supporre che fossi su una buona strada. Poi provai a mia volta ad decifrare le parole restanti: i calcolatori sono stupidi e non capiscono il senso di quello che trovano. Esorto: “tesoro”. Occidente andava bene così. Ne pala rade: perché no “en la parade”? Ah, ecco, alla fine, estremamente plausibile: “En la pared”! quindi, alla fine “En la pared a occidente tesoro”: EN LA PARED A OCCIDENTE TESORO! Mi fermai, agitatissimo. Andai in cucina, presi tempo, mi feci un caffè. Andai alla finestra, appoggiai la fronte al vetro. Il caffè mi aveva lasciato in bocca un sapore acido. Chissà perché, in quel momento mi venne in mente la mia barca Julia, e quando scorrazzavo per i mari da solo, spensierato, e progettavo di vivere in giro per il mondo. E pensavo a cosa dovette fare il marchese condannato per cercare di impedire agli altri operai di lavorare troppo vicino alla parete di occidente della sua casa e di scoprire un vano nascosto, una cavità nel terreno coperta con qualche lastra di pietra, il nascondiglio del tesoro! E poi sperare che qualcuno potesse fare avere il misterioso messaggio a qualche parente, magari in cambio di una parte del tesoro. Cercò forse di corrompere uno dei soldati di guardia? Le possibilità che si erano spalancate erano infinite. In Sardegna a quei tempi non esistevano delle vere e proprie banche. I banchieri ebrei erano stati cacciati già da due secoli. Intraprendere un viaggio per portare le borse con i denari in una delle banche del continente era rischioso, e l’eventualità di essere derubati altissima. È plausibile che i ricchi preferissero nascondere i propri soldi in posti sicuri e controllabili giorno e notte.

Mi sedetti di nuovo al computer, ma non feci nulla I pensieri correvano confusi. All’improvviso mi apparve una ulteriore possibilità. E se il buon Castelvì, mentre percorreva la galleria insieme agli altri fuggitivi, fosse rimasto indietro per qualche minuto per tracciare quella sequenza sulla parete di pietra? In fin dei conti per costruire un anagramma si impiega pochissimo tempo: basta avere scritto il messaggio in chiaro su un foglietto e copiare le lettere ad una ad una in un ordine casuale.

Da quel giorno non ebbi più pace. Abbandonai il lavoro, trascurai la famiglia, gli amici. Mi aggiro di notte nei pressi del palazzo dove avevo vissuto per tanti anni progettando il modo di forzare il portone per nascondermi nella cantina, ben munito di provviste per molti giorni e degli attrezzi necessari per scavare nella parete a occidente del cortile maleodorante, o per sfondare il muro in cui terminava la galleria. Ispeziono furtivamente, sempre di notte per non destare sospetti, tutte le strade intorno alla via Stretta, nello spiazzo davanti alla chiesa di San Giuseppe, alla ricerca di eventuali tombini o chiusure di accesso ai sotterranei dell’antico palazzo di don Francesco Portugues. Ho trascorso un numero indeterminato di giorni nella biblioteca Universitaria nello studio di antiche mappe del Castello, di vecchi resoconti, di cronache dell’epoca, alla ricerca di una traccia, nella speranza di trovare un’altra via di accesso al tesoro che certamente esiste e la cui esistenza non ha smesso di ossessionarmi. Ho trascorso molti mesi a Barcellona, nella biblioteca della Real Accademia de Buenas Lettras, nell’archivio della Corona d’Aragona dove ho letto tutti i Capitoli di Corte del diciassettesimo secolo, nella Biblioteca di Catalunya alla consultazione dei ricchissimi fondi relativi alla Sardegna aragonese; ho studiato tutti i resoconti presenti nell’Archivio Storico Arcivescovile di Cagliari, nell’Archivio Storico Diocesano di Ales. Corrompendo un impiegato civile sono penetrato più volte di notte nell’Archivio Segreto Vaticano dove ho fotografato di nascosto pagine e pagine dei documenti dell’epoca riguardanti le storie intricate dell’epoca del vicereame di Sardegna, incomprensibili per le gerarchie vaticane e malamente gestite. Non so ancora se cercare il tesoro fra le antiche macerie del palazzo Portugues, a cui giunsi così vicino, o nella cantina del palazzo in cui ho vissuto ignaro per tanti anni, che appartenne alla nobile famiglia dei marchesi di Castelvì, cancellata sulla Piazza Carlo Alberto dalla ferocia della vendetta spagnola in quel lontano 15 giugno 1671. Ho impiegato in queste ricerche tutti i miei risparmi, ho dovuto vendere i miei averi. Vivo così, con la speranza della ricchezza che man mano va sfumando, con l’ossessione del ritrovamento favoloso che ormai si avvolge su sé stessa. La vicenda è ancora a questo punto, e questo resoconto finisce così, senza una conclusione. Se vi capita di incontrare un essere smagrito, male in arnese, con lo sguardo perduto in una follia visionaria, che si aggira di notte nel quartiere antico della nostra città, quello sono io. Non rivolgetegli la parola: ne avreste in risposta poche frasi confuse, e pensereste ad un barbone, o ad un ubriaco solitario. In realtà si tratta di un disperato che malgrado le forze gli stiano venendo progressivamente a mancare, non smette di sperare. Vive nella paura che si scopra il suo segreto, ed evita i contatti con gli altri esseri umani. Ma oramai, anche se riuscisse a mettere le mani sul mucchio di dobloni e di piastre d’oro che certamente esistono da qualche parte, per lui non ci sarebbe speranza. La sua vita è rovinata, la morte ormai prossima lo aspetta dietro l’angolo di una strada, in una notte d’inverno, nella solitudine. Ed egli non fa che chiedersi: ne è valsa la pena? Ora che anche la vicenda della sua vita volge al termine, dolorosamente si chiede: ne è valsa la pena? Davvero ne valeva la pena?

Questo è dunque il racconto. Più o meno bislacco? Giudicherà il lettore. Così era nelle pagine scritte a macchina che avevo trovato insieme all’anagramma. L’avevo scritto molti anni prima con la mia Lettera 22, quando per una strana preveggenza avevo solamente immaginato che nei sotterranei del palazzo nel quale vivevo c’era un tesoro favoloso. Tutto ciò che ho vissuto dopo, che è stata una incredibile perfetta ripetizione di quanto avevo già intravisto, non può essere altro che un pazzesco deja vu. O forse tutto questo non è altro che uno di quei sogni ricorrenti che il ricordo confonde con quello che è realmente accaduto? O una realtà che è talmente incredibile che a poco a poco è diventata come un sogno? Tutto il resto è silenzio.


Note
1. PARA PERPETVA NOTA DE INFAMIA DE QUE FVERUNT TRAYTORES DEL REY

NVESTRO SENOR DON JAIME ARTAL DEL CASTELVI QVE FVE MARQUES DE

CEA DONA FRANCISCA CETRILLAS QVE FVE MARQUESA DE SIETEFUENTES

DON ANTONIO BRONDO DON SILVESTRE AYMERICH DON FRANCISCO CAO

DON FRANCISCO PORTVGVES Y DON GAVINO GRIXONI COMO REOS DE CRIMEN

LESE MAGESTAD POR HOMICIDAX DEL MARQVES DE CAMARASA VIRREY DE

CERDENA FVERON CONDENADOSA MVERTE PERDIDA DE BIENES Y DE

HONORES DEMOLIDAS SVS CASAS CONSERVANDI EN SV RVINA ETERNA

IGNOMINIA DE SV NEFANDA MEMORIA Y POR SER EN ESTE SITO LA CASA

DE DONDE SE COMETIO DELICTO TAN ATROZ A VEYNTE Y UNO DE JULIO

DE MIL SEISCIOENTOS SESENTA Y OCHO SE ERIGIO ESTE EPITAPHIO

2. Nel timpano che sovrasta il portale monumentale del Palazzo Zapata è incisa la seguente iscrizione: “Antonius Brondo etruecas comesserrae mannae veteres et angustas aedes in palatio produxit et erexit anno domini MDCXXII”

3. Il 18 luglio 1549 Cristoforo Portugues acquistò dal farmacista Giovanni Català per 2550 lire una casa in Castello nel vico Comunal, confinante nel vicolo dell’Orifani con la casa del sarto Francesco Ordà. Probabilmente da quel momento i Portugues si trasferirono in Castello. In uno dei Capitoli della Corona d’Aragona è riportata questa indicazione: “La senyera 6 pendón del Infante fué colocado en la torre que había en la puerta de Orifani ó del Elefante. Bofarnll leyó mal al publicar la Crónica del Ceremonioso y puso «puerta del Oristany». En 1387 todavía subsistía en Cáller la puerta del Orifani ó Orinai”. “Caller” è il nome con cui era indicata l’attuale Cagliari, “Orifani” è l’attuale Oristano, e la porta della Torre dell’Elefante la “porta di Oristano”.