Leonardo scrittore

Tra le antologie pubblicate in Italia, che raccolgono e ordinano gli scritti leonardeschi secondo punti vista diversi, anche apportando modifiche ortografiche per una migliore comprensione del testo, sono da ricordare quella di Edmondo Solmi, pubblicata a Firenze nel 1899, quella di Anna Maria Brizio, Torino 1952, quella di Mario De Micheli pubblicata a Milano nel 1982 nel quinto centenario dell’arrivo di Leonardo nel capoluogo lombardo.

Benchè sua opera letteraria non raggiunga mai le vette del suo linguaggio visivo, la critica da anni ritiene che arte e scrittura siano, in Leonardo, indissolubilmente legate. Infatti i suoi scritti, seppur secondari al disegno, lo accompagnano spesso come didascalia dell’immagine e per contro il suo discorso scritto contiene sempre un alto tasso di descrizione visiva. Questo spiega il grande interesse che gli scritti letterari di Leonardo hanno sempre avuto per gli storici dell’arte (Brizio, De Micheli) e il grande interesse che la sua arte ha suscitato negli studiosi di letteratura come il Solmi.

I manoscritti di Leonardo vengono alla luce nel Settecento: il loro carattere frammentario ha, all’epoca, scoraggiato qualsiasi tentativo di pubblicazione. L’Ottocento, tra romanticismo e positivismo è invece affascinato dagli scritti di Leonardo il cui carattere frammentario è considerato un valore dalla sensibilità romantica. La visione positivista crea inoltre il mito di Leonardo precursore del pensiero scientifico. Si pubblicano allora le prime antologie dei suoi scritti.

L’interesse di Leonardo per la letteratura nasce già negli anni giovanili a Firenze. Tra i più antichi fogli del Codice Atlantico si trovano trascrizioni e traduzioni da Ovidio e Petrarca. Già in questi compare la sensibilità scientifica e naturalistica che caratterizza tutta l’opera del maestro, ma influenzata dal tono fantastico e fabulistico di altri autori.

Ma è a Milano che Leonardo compone la maggior parte dei suoi scritti letterari. Generi particolari come favole, facezie, profezie e bestiario risalgono al periodo trascorso alla corte sforzesca, una raffinata corte rinascimentale nella quale era in uso la composizione di scritti letterari non lunghi e di forma quasi improvvisata che spesso venivano recitati nel corso di gare. Del resto i biografi di Leonardo, sia Vasari che Giovio, testimoniano del suo fascino conversativo e delle sue capacità letterarie e poetiche, quasi un obbligo nel conteso delle corti rinascimentali.

Questi componimenti piacevoli, non tra le cose più alte dal punto di vista letterario, rispecchiano gli interessi naturalistici di Leonardo e testimoniano l’evoluzione della sua la sua ricerca scientifica poiché egli riversa le nozioni acquisite nei suoi scritti, trasfigurandole in passi poetici e letterari.

Ne sono splendidi esempi le Favole, scritte con tono moraleggiante, che con l’invito a conoscere la natura, contengono spesso nozioni scientifiche come sfoggio di cultura. Si legga a questo proposito la favola del “misero salice” che Leonardo descrive nell’atto di pensare “ e raccolti in sé tutti gli spiriti e con quelli apre e spalanca le porte all’immaginazione; e stando in continua cogitazione…” Questo passo si collega direttamente ai disegni anatomici realizzati da Leonardo in quegli anni che riproducono una sezione cerebrale con cavità e ventricoli che ospitano facoltà come cogitazione e immaginazione.

Negli anni milanesi, al procedere della conoscenza scientifica di Leonardo si accompagna l’evoluzione della sua produzione letteraria.

- Prima nel Manoscritto B e nel Codice Trivulziano Leonardo sente il bisogno di arricchire il proprio lessico, le due opere contengono latinismi che attestano lo studio del De re militari di Roberto Valturio e notazioni che riguardano la ricerca di nuovi vocaboli.

- Successivamente il Manoscritto A, con i primi passi del Trattato sulla Pittura assume una dimensione didattica per la quale Leonardo arricchisce il proprio discorso che diviene più complesso e letterario.

- Infine nel Manoscritto C, che risale agli anni 90, il contenuto più scientifico conduce Leonardo verso uno stile più ricercato e solenne.

Un cenno a parte merita il problema della lingua. Nel Quattrocento si contrappongono due tendenze: il riconoscimento della piena dignità dell’italiano come lingua letteraria e poetica grazie alla diffusione dei capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio e la considerazione del latino come la lingua eccelsa grazie al fascino che i modelli classici esercitano sul movimento umanistico. Solo apparentemente le due tendenze sembrano contrapporsi: in realtà l’affermarsi del volgare non significa il tramonto del latino la cui conoscenza è data per acquisita anche da chi scrive in volgare senza contare che la grande letteratura scientifica, da Vesalio a Copernico, è ancora quasi tutta in latino.

Da qui il probabile disagio di Leonardo “omo sanza lettere” che padroneggia pienamente il volgare ma, come quasi tutti i grandi artisti dell’epoca, non conosce il latino. “So bene che per non essere io litterato, che alcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere…”


Arte e scienza


Leonardo è stato un grande intellettuale, dominato da una costante e tenace volontà di conoscenza, che lo spinge a ricercare la verità delle cose e dell’uomo in ogni dimensione e realtà della natura e della storia.

Per Leonardo l’oggetto di conoscenza dell’arte non è diverso da quello della scienza. È la natura e l’uomo. Anche l’arte è una scienza che penetra e scopre la realtà e veramente questa scienza è figlia legittima di natura, perché la pittura è partorita da essa natura. Ma per dire più corretto diremo nipote di natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla natura, dalle quali cose partorite è nata la pittura”

Il naturalismo estetico di Leonardo non è puramente imitativo: come la scienza deve trovare la ragione essenziale dei fenomeni, interpretarli e giungere ad una legge che li organizzi, così l’arte deve cogliere, coi suoi mezzi, il significato profondo dell’esistenza, deve scegliere e scoprire l’essenziale, deve interpretare con evidenza figurativa la realtà del mondo: “il dipintore disputa e gareggia con la natura” ossia non copia il vero ma esprime nel quadro, in termini figurativi, i risultati della sua conoscenza.

Prima di parlare del periodo milanese di Leonardo è necessario fare un passo indietro, ritornando all’ultimo anno del soggiorno a Firenze, per comprendere le ragioni che inducono il Maestro a trasferirsi dalla città che aveva visto la sua formazione artistica e culturale e lasciare la corte medicea che tanta parte aveva avuto, fino a quel momento, nella vita di Leonardo.

L’ultimo anno del primo soggiorno fiorentino vede Leonardo impegnato nella realizzazione dell’ l’Adorazione dei Magi commissionata appunto nel marzo del 1481 dai monaci di San Donato a Scopeto come pala per l’altare maggiore della cappella del loro convento.

L’opera non fu mai finita, come se Leonardo, terminato il pannello preparatorio, avesse perso ogni interesse a proseguire il lavoro.

Inizialmente Leonardo si era appassionato molto al soggetto e lo dimostrano i numerosi schizzi e disegni preparatori nei quali Leonardo studiava composizione, movimenti ed emozioni. Il più famoso, conservato agli Uffizi nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, è lo straordinario studio prospettico delle scalinate che compaiono sul fondo dell’Adorazione e, come una quinta prospettica, ne amplificano scenograficamente lo spazio. Già qui compaiono studi di figure di personaggi e cavalli in movimento.


Leonardo lasciava spesso incompiuti i suoi lavori. Non si tratta di incostanza come qualcuno ha detto. Per Leonardo il lavoro artistico é importante finché c’è da capire un problema, impadronirsi di una verità; giunto a questo il suo interesse diminuiva ed egli, era trascinato alla sua avidità di conoscenza, ad altri temi, ad altri argomenti.

L’Adorazione diviene così il pretesto per una esercitazione intellettuale ed artistica che non ha precedenti: Leonardo si discosta dai precedenti iconografici anche famosi (Botticelli, Masaccio, Gentile da Fabriano) e introduce nella iconografia del soggetto componenti del tutto inediti: nel dipinto sono infatti rappresentati contemporaneamente la natività sul lato destro e l’epifania, la venuta dei Magi, sulla sinistra. La parte centrale è delimitata dalle figure del giovane voltato verso l’esterno (autoritratto di Leonardo) e quella, contrapposta del vecchio filosofo meditabondo. Attorno alla madonna un convulso moto di corpi, celestiali messaggeri, personaggi con espressioni di sorpresa, sgomento, stupore. Sul fondo, a sottolineare il carattere enigmatico del dipinto, cavalieri e cavalli agitati, ruderi architettonici, alberi che nascono sulle sommità di pilastri. E ancora sul fondo, dietro il lauro e la palma scalati prospetticamente in profondità, compaiono i metafisici elementi architettonici del grande arco spezzato, il portico e i due scaloni.

Questo dipinto, il più anticlassico e rivoluzionario del Quattrocento, viene lasciato da Leonardo allo stato di abbozzo e incompiuto nonostante le molte sollecitazioni dei monaci di san Donato di Scopeto che promettono un pagamento rateale man mano che l’opera procederà. Leonardo sembra incapace di tradurre in rappresentazioni semplici eventi così potentemente simbolici e la sua scienza nata dall’esperienza, madre di ogni certezza …” non lo aiuta a risolvere l’enigma della fede creando lo scontro interiore la cui rappresentazione Leonardo affida al volto pensoso di uno dei Magi.

Si comprende così la repentina partenza per Milano che Leonardo ha certamente progettato già dal 1481 con il consenso di Lorenzo il Magnifico che, secondo le testimonianze dell’epoca, lo avrebbe inviato alla corte milanese dell’amico Ludovico, per consegnargli uno strumento musicale, un liuto d’argento che lo stesso Leonardo aveva progettato.

Leonardo, che aveva già incontrato Ludovico il Moro a Firenze in occasione della visita di condoglianze a Lorenzo dopo la morte del fratello Giuliano assassinato nel 1478 da un gruppo di congiurati, si fa precedere da una lunga lettera nella quale elenca le sue capacità di inventore, di architetto, di costruttore di fortificazioni e di macchine belliche e, solo per ultimo, di artista. “ Avendo, Signor mio Illustrissimo oramai ad sufficienzia le prove di tutti quelli che si reputano maestri e compositori de istrumenti bellici …”

Leonardo dunque vuole voltare pagina, dedicarsi a tempo pieno ad altre attività; la pittura per lui rappresenta oramai un passato da lasciarsi alle spalle, da abbandonare come esplicitato chiaramente nell’ Adorazione dei Magi lasciata incompiuta in casa dell’amico Amerigo Benci.

Le immagini sono riportate nell'esatto ordine delle citazioni. Il saggio è stato diviso per comodità di lettura in due parti: Parte Prima (Leonardo scrittore e Arte e Scienza) e Parte Seconda (Nella Milano Sforzesca)