MORTE IN AMORE

Nel corteo della vita ora arrivò una

Figura che aveva ali d’Amore, e con il suo gonfalone:

Bella ne era la stoffa, e nobilmente sopra ricamati,

O viso privato dell’anima, il tuo aspetto e il colore.

Misteriosi mormorii, come al destarsi della primavera,

Fremevano nelle pieghe; e attraverso il mio cuore il suo potere

Si affetto senza traccia, come l’ora immemorabile

Su cui gemè l’oscura porta del nascere e tutto fu nuovo.

Ma una donna velata seguiva, che avvolse,

La bandiera intorno all’asta per ammirarla;

Tolse una piuma dalle ali del gonfaloniere,

La pose nelle labbra di lui, e quella non fremette.

Lei disse a me, “Guarda: neppure un alito;

Io e questo Amore siamo una sola cosa, e io sono la Morte”

 

 

Eppure non vorrei essere privata di alcun tormento, né mi augurerei minor pena;
più l’angoscia mi tortura, più presto verrà la benedizione;
e rivestita del fuoco dell’inferno, o luminosa dello splendore del cielo,
se anche annuncia la morte la visione è divina”

Emily Brönte

Nell’Inghilterra della seconda metà dell’800, l’arte e la letteratura ci restituiscono un’immagine di donna che, a partire dal modello “angelo del focolare” che già dominava dalla metà del secolo, diviene, romanticamente e idealmente, debole, ammalata, indifesa.

Infatti, nonostante la loro vera natura fosse, come era d’obbligo pensare, angelica, molti di questi “angeli del focolare” si lasciavano facilmente tentare dalle deliziose seduzioni dei piaceri mondani. Dunque la donna doveva sottoporsi ad una costante e torturante autodisciplina per tenere confinate, nei recessi della sua anima, le agitate ombre di desideri terreni e far emergere la sua vera natura di angelo, di esemplare virtù.

Questo fondamentale conflitto produceva tuttavia effetti deleteri sulle condizioni di salute della donna i cui intensi travagli, che avevano come ultimo e supremo fine quello del trionfo della virtù, divenivano il soggetto preferito dei pittori del diciannovesimo secolo. Così la “sublime consunzione” divenne sinonimo di vera femminilità; arte e poesia giocarono un ruolo fondamentale e di stimolo per la donna a procedere nel suo sacrificio che trovava la sua logica apoteosi nella morte. La morte, ma anche la follia costituivano una via d’uscita per la donna la cui ansia di sacrificio era rimasta insoddisfatta.

I Preraffaelliti, confraternita di pittori costituitasi a Londra nel 1848, furono fortemente influenzati dall’ideale di donna che veniva presentato nella letteratura inglese dell’epoca, in particolare da Alfred Tennyson che, riprendendo i romanzi medievali d’amore e d’avventura, descriveva eroine patetiche che affrontavano l’estremo sacrificio in nome dell’amore.

Ma il personaggio femminile più amato dai Preraffaelliti è indubbiamente la shakespeariana Ofelia, esempio prediletto di donna folle d’amore che, col suo sacrificio, dimostra la sua venerazione per l’uomo che ama, prima abbandonandosi alla follia, poi adornandosi di fiori e infine affidandosi alla corrente per trovarvi la morte

Nel 1851 John Everett Millais dipinge la sua Ofelia che, trasportata dall’acqua, si dirige verso la morte. Grazia e fatalità uniscono la creatura e l’acqua in questo passivo viaggio verso l’eternità.

A fungere da modella per Ofelia è Elisabeth Siddal, figura femminile simbolo, in quegli anni, per tutto il movimento preraffaellita. Lizzy, compagna di Dante Gabriel Rossetti, il più carismatico esponente della confraternita, bellezza pallida e emaciata come vuole l’ideale femminile di quel periodo, modellerà la sua stessa vita secondo questo ideale. Infatti il suo rapporto amoroso con il pittore, vissuto in un alternarsi di passioni, languori e profonde malinconie, si concluderà con la morte della Siddal che si suiciderà ingerendo una fiala di laudano.

Beata Beatrix è l’opera che Rossetti dedica alla morte dell’amata, ritratta in primo piano come la Beatrice di Dante, in estasi, con i simboli della colomba rossa, messaggera d’amore e di morte e del papavero, il fiore da cui si ricava il laudano, bianco come il sonno e la morte

Amore e morte, o meglio l’amore tormentato che conduce la donna alla morte divengono fonte d’ispirazione anche per la letteratura.

Lo stesso Rossetti, poeta oltre che pittore, dedica a questo tema alcune poesie della sua raccolta La casa della vita.

VISIONE D’AMORE

Quando io ti vedo meglio, mia amata?

Quando, nella luce, gli spiriti dei miei occhi

Dinanzi al tuo viso, loro altare, celebrano

Il culto di quell’Amore grazie a te rivelato?

O quando nelle ore vespertine (siamo soli)

Il tuo bel viso baciato ed eloquente di mute risposte

Si vela nelle ombre del crepuscolo

E la mia anima sola vede la tua, fatta anima sua?


Amore, amore mio! Se io non dovessi più vedere

Te, né l’ombra tua sulla terra,

Né l’immagine dei tuoi occhi in nessun fonte,

Come riscuoterebbe allora per l’oscuro pendio della vita

Il turbinare delle morte foglie della Speranza,

Il vento delle imperiture ali della Morte?

Le immagini sono riportate dall'alto in basso e da destra a sinistra nell'ordine esatto delle citazioni (NdR)