Purtroppo buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie, la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo- sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero, quando non è così.

Rita Levi Montalcini

Sulla maternità ogni "discorso" è destinato a perdere.

Come entrare( e perché, poi) in un'area così intima e delicata, che dovrebbe, anzi, essere protetta da quel riserbo e da quella riservatezza richiesti da un evento così individuale e privato? Parlo di "discorso" perché la maternità ha questo di paradossale: scelta ( o non scelta) della persona, della sua storia, della sua singolarità, è al tempo stesso accadimento della comunità, fatto sociale che non può sottrarsi alla dimensione pubblica, all'opinione, al giudizio, al discorrere.

Ed è proprio in questo discorrere, nello scontro di opinioni, che nascono dai vissuti personali e dal desiderio di difenderli, che si misura il fallimento di una dialettica debole.

Diverso è naturalmente il livello dell'indagine medica, psicologica, sociale, che è accreditata nella comunità scientifica come indagine sugli individui e i gruppi in evoluzione: qui il pericolo del soggettivismo, benché non assente, è perlomeno attenuato dall'analisi del fenomeno generale, che i singoli casi e la loro comparazione determinano. In questo ambito la fenomenologia della maternità, soprattutto nella sua storia clinica e sociale, fa parte della cultura internazionale ed è aperta, come ogni tipo di ricerca, ai continui apporti della scoperta scientifica e ai movimenti della morale e del costume.

Nella discussione, invece, l'attenzione è focalizzata proprio sul livello individuale, la riflessione va a quella persona che parla e a quella persona di cui si parla. C'è la storia di un individuo qualunque e anonimo, ma c'è anche la storia di un personaggio celebre che con la sua notorietà funge da modello e necessariamente consegna al pubblico la sua dimensione più intima. Impegnandoci, con ciò, in un confronto. Da qui partiamo, dunque: dalla realtà e, in qualche modo, dall'obbligo dell' opinone. E meno male che possiamo farne uso, con tutti i limiti sopra indicati.

Nel pensare comune la maternità over cinquanta è generalmente sentita come cosa anomala, al di fuori delle regole della natura e del buon gusto. Gli esperti, sociologi e medici, procedono in modo più cauto, avendo presenti sia l'innalzamento dell'età cronologica, sia i nuovi stili di vita, sia le risorse che le tecniche biomediche mettono a disposizione della donna e della coppia. Ma la gente, sprofondata, o fatta ripiombare, in atteggiamenti punitivi e conservatori, boccia sbrigativamente questi eventi, bollandoli come scelte egoistiche e legate ad un tecnicismo artificiale, oltre che costoso e appannaggio di pochi.

Difficile, del resto, pensare serenamente e in termini di libertà individuale in un paese come quello italiano, nel quale persino l'inseminazione omologa è guardata con sospetto da quella parte più retriva della Chiesa che ritiene moralmente accettabile solo il concepimento per vie naturali o esalta il martirio di donne malate terminali che , pur di tutelare la vita portata in grembo, hanno rinunciato alle cure (praticamente suicidandosi) e alle responsabilità nei confronti del coniuge o di altri figli già viventi. Sempre sullo stesso versante, si tuona, convinti, sulla necessità di rassegnarsi a malattie che potrebbero essere curate, se solo la ricerca sulle staminali ( e sui pericoli, questi sì da indagare, sull'eventuale insorgenza di tumori) potesse andare avanti. In modo caotico e irrazionale, anziché centrare l'attenzione sui vantaggi, si paventa l'orrore della costruzione artificiale del mostro, dell'incapacità dello scienziato di fermare il proprio narcisismo, del politico di scatenare la violenza.

Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe lontano.

O forse neanche tanto.

Poiché la mamma-nonna è considerata proprio questo: un mostro prodotto dalla scienza e dalla tecnologia. E quindi queste, in una società sempre più allo sbando, economico e morale, sono le vere accusate.

Meglio tornare alla natura, alla semplicità e genuinità di una volta. E' un punto di vista che storicamente si accompagna spesso ad epoche di transizione (ma quali non lo sono?) e che risulta molto consolatorio perché, guardando al passato e non impegnando in una prospettiva futura, cementa l'attaccamento a ciò che si ha già, lancia l'orgoglio dell'appartenenza ai valori ben codificati e introiettati della tradizione. In certi momenti la cultura, la razionalizzazione, la scienza fanno paura e diventano puntelli di una morale diversa e pericolosa. Perché uscire da una salda nicchia di luoghi comuni condivisi e affrontare i rischi di una società aperta, democratica, nella quale andrebbero affrontati i costi legati ai controlli, alla gestione dei problemi sociali e nella quale, soprattutto, le singole persone avrebbero la possibilità di valutare i rischi che si assumono o gli oneri economici che comportano le loro scelte? Fra l'altro, a livello internazionale, con politiche sanitarie evidentemente diverse, i medici impegnati nella fecondazione assistita o nelle gravidanze ad alto rischio, non lanciano campagne di sensibilizzazione di massa intervenendo sul piano etico, si limitano a fornire un servizio tecnico: questo ha spesso tempi lunghissimi e sfibranti, modalità invasive e costi elevati; ma fornisce una speranza a quanti hanno scelto di affrontare un iter che non tutti condividono.

Del resto c'è anche chi non condivide, con motivazioni più che legittime, l'adozione. Perché rinunciare a un figlio proprio, se è possibile averlo? Naturalmente vale anche il contrario: perché accanirsi ossessivamente sulla procreazione come se fosse l'unica forma di realizzazione? E perché farlo in un'età nella quale i rischi per la salute propria e del nascituro diventano più alti? Senza contare tutti gli altri fattori psicologici e sociali legati alla crescita di un bambino per una donna vicina alla pensione, più vulnerabile in tutti i sensi, non più proiettata verso un futuro così ampio da dare garanzie di assistenza o presenza al proprio figlio.

Ma quando mai il futuro ci garantisce? La nostra vita e tutti i nostri progetti sono appesi a un filo, anche quando abbiamo vent'anni e ci sentiamo eterni.

Ho letto su Repubblica, proprio in merito al caso Nannini, la testimonianza, stupenda, di una giovane adulta, figlia di donna allora già attempata e fortemente decisa per motivi personali ad avere una gravidanza: la ragazza dichiara di non aver mai sentito la madre come debole o inadeguata o semplicemente vecchia, ma di aver avuto con lei un rapporto forte e buono, per certi versi superiore a quello delle sue coetanee con madri decisamente più giovani e, forse, afflitte da altre debolezze. Certo non va sempre così e gli psicologi avvertono circa i rischi di sottovalutazione delle proprie risorse in rapporto alle difficoltà che indubbiamente sono in agguato.

A livello personale ho il ricordo di una collega, figlia di una donna che, da single, l'aveva avuta a quarantacinque anni; stiamo parlando di una gravidanza "naturale" e in una fascia d'età più bassa, quasi accettata. Questa donna, che faceva l'insegnante e aveva allevato da sola la sua bambina, aveva un'energia per molti versi superiore a quella della figlia: con questo spirito che la accompagnò nella sua lunga vita riuscì a organizzare la famiglia che si era costruita, e a dedicarsi nei fine settimana, ormai novantenne, al giardino della sua casa al mare.

E se non sempre si ha questa grinta, che importa? Perché sanzionare un desiderio, quello, in fondo, più tenero, con argomentazioni che smorzano il desiderio precludendone, a priori, la possibilità? Assistiamo quotidianamente ad abusi su bambini. Molti avvengono in situazioni di degrado, molti sono più sofisticati, di un altro tipo di violenza e vengono perpetrati in condizioni familiari "normali", quelle in perfetta linea con le regole della tradizione e senza alcun segnale precedente. E per opera di madri giovani o giovanissime.

Chissà cosa ci riserva lo studio, per ora agli inizi, delle dinamiche interne alle nuove famiglie: quale affettività e quale identità avranno i figli di mamme-nonne, i figli di single, i figli delle coppie omosessuali? Quel che è certo è che si tratta di bambini fortemente voluti e fortemente amati. Quel che è certo è che questo tipo di genitore ha affrontato rischi, sofferenze e si è assunto un fardello di impegno e di lotta enorme per reggere, in un mondo ostile, le proprie responsabilità. Non si può dire lo stesso di tante famiglie tradizionali, dove la maternità, a volte, diventa un obbligo, un dovere, più che l'affermazione di un desiderio.

Ogni persona, alla fine, dovrebbe essere libera di fare i conti con se stessa e con i rischi connessi alle proprie scelte, senza essere troppo bersagliata da un moralismo bacchettone pronto sempre a remare contro. Perciò a queste mamme e a questi bambini vanno tutti i miei auguri: che il loro avvenire sia splendido, la loro vita serena.

La fotografia è di Yves-Marie Hue. l'immagine mostra l'interno della mediateca di Vileurbane (vicino LYON) l'architetto è Renzo Matta